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Catullo: Del Bacio e della Collusione Carnale

Catullo: Del Bacio e della Collusione Carnale

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Catullo: Del Bacio e della Collusione Carnale bacio come sentiero per il cammino dell’anima

« […] I soli possono tramontare e risorgere;
noi, quando una buona volta finirà questa breve luce,
dobbiamo dormire un’unica notte eterna.
Dammi mille baci, poi cento,
poi ancora mille, poi di nuovo cento,
poi senza smettere altri mille, poi cento;
poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,
li mescoleremo anzi no, per non sapere (il loro numero)
e perché nessun malvagio ci possa guardare male,
sapendo che ci siamo dati tanti baci.[1]»

Catullo, nel famosissimo Carme 5, chiede attraverso i secoli a Lesbia, Baci e migliaia di Baci e Baci infiniti e senza fine. Ma perché baciarsi, cos’è il bacio, cosa porta e cosa dà alla nostra anima, questa è la domanda che ci accompagna nella lettura di questi versi, perché desiderare un bacio, perché vogliamo e siamo attratti dal baciare?
E questa domanda rimane irrisolta nel carme. La Poesia evoca, induce allo svelamento del nostro segreto, non risponde. Il poeta chiede solamente di non smettere mai di scambiarsi baci fino a perderne il conto, poiché solo perdendone il conto è possibile impedire all’invidia di chi, sapendo la quantità di baci che ci siamo scambiati, non potrebbe che inviarci sguardi malevoli. La quantità dei baci deve essere inarrestabile ed incontenibile, e qui Catullo non fa altro che evocare il desiderio, mai saziato dal baciarsi. Centrali, per inserire una dimensione di senso, sono i versi iniziali che precedono ed introducono la richiesta:

Soles occidere et redire possunt;

nobis cum semel occidit brevis lux,

nox est perpetua una dormienda.

I soli possono tramontare e risorgere;

per noi quando tramonta una volta una breve luce,

non resta che dormire una notte eterna.

La vita dell’uomo è un breve bagliore sulla terra, il cosmo ci sopravvivrà, il sole continuerà a sorgere e tramontare, ma per noi, in quanto individui, quando la fiammella della nostra vita si spegnerà, non rimarrà che morire per sempre, dormire una notte eterna. Da questa sconsolata ed amara considerazione sorge la necessità parossistica di essere ora baciato illimitatamente dalla sua Lesbia, attenzione non di amarla per sempre, non di congiungersi con lei in amplesso, non c’è come in Mimnermo il rimpianto del talamo e del desiderio carnale. No. Si “accontenta” dei baci, infiniti baci, ma solo baci. La domanda che mi sono posto è perché Catullo, difronte al sonno eterno, non chieda di più. Forse perché il bacio stesso costituisce “il di più” da chiedere, il massimo della voluttà, il significante più estremo.
Per agevolare questa riflessione aggiungo la suggestione di un altro autore, questa volta contemporaneo, Fabrizio Caramagna, scrittore di aforismi e inevitabilmente poeta, che riflette ancora sul baciare dicendo:

“Dopo aver baciato, le parole hanno qualcosa di sacrilego uscendo dalle labbra. Dovrebbero uscire dalle mani o dal petto o da un angolo della stanza. Attraverso le labbra dovrebbero passare solo il vento e i cieli e l’eterno[2]“.

Il bacio, scambio orale di liquidi organici, umido contatto tra due esseri, chiude la bocca al parlare, le toglie il flatus vocis, solo il respiro e l’eterno devono attraversare quelle labbra congiunte. Ed è infatti proprio nel vento, nel respiro, che le anime entrano in contatto senza chiedere altro, sfiorando e lasciandosi sfiorare, unendosi e scivolando le une sulle altre in una sintesi avvolgente ed inarrestabile. La congiunzione carnale, l’amplesso ha un fine nell’acme del piacere, il bacio no, si avvolge su se stesso e si potrebbe dipanare infinitamente, come auspica Catullo. Il bacio sostituisce la parole. Usa la lingua, fonte della comunicazione verbale, per un dialogare nuovo e silenzioso, ma più profondo. E’ denso di significati inesprimibili attraverso il simbolismo dialogico che rimanda inevitabilmente ad una struttura intellettiva emarginando dal suo contesto l’immediatezza della fisicità, la pregnanza emozionale del corpo. E’ corporeità che trascende se stessa. Ed è questa presenza fisica preverbale che rende il bacio vero, non può mentire a chi sa ascoltarlo (attenzione a non farsi ingannare dal velo accecante della voluttà), la falsità nel bacio è trasparente ed evidente, lo sterilizza, lo trasforma in simulacro di un nulla.
L’accoppiamento genitale si inserisce nella categoria dell’utile, poiché il suo fine è procreare, e del bene, poiché il suo motore è il piacere. Neruda comprende la fugacità del rapporto quando dice: “[…] e il fuoco genitale trasformato in delizia / corre per i sottili cammini del sangue / fino a precipitarsi come un garofano notturno, / fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra”. Il ‘fuoco genitale’ è lampo e del lampo ha la violenza, la repentinità, la forza e la distruttività, ma anche la brevità, si spegne all’ombra della “piccola morte”, l’acme del piacere.
Il bacio no, non si lascia ridurre ad una sola categoria interpretativa, il bacio unisce, trasmette, ma anche dialoga e allude, non termina, non ha utilità, è pura fusione di corpi ed anime, di vento (in greco ànemos, radice etimologica della parola anima). Il bacio no, non lampeggia fragorosamente, fluisce, scorre con l’anima. Le anime degli innamorati si fondono e si illudono di abbracciarsi eternamente, e forse l’eternità avviene proprio in quell’attimo che, passato, rimarrà scolpito nella vita stessa degli amanti per sempre, sempre nostalgicamente presente e sempre motore di nuova passione.[3]

“Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi dei sogni[4]“.

Il bacio, come suggerisce Alda Merini, pur restando immobile sulle labbra, fissato in un contatto corporeo, non è limitato dai confini del piacere. E’ quando, e solamente quando, riesce a superare questo confine, che si trasforma in dimensione onirica, in luogo dove è permesso sognare l’altro, in un sentiero sul quale le anime degli amanti si riescono ad incontrare. Affidiamoci infine alle parole di Gabriele D’Annunzio che scioglie i residui dubbi sulla superiorità del bacio su qualsiasi altra “mescolanza carnale”:

«Ne’ baci d’Elena era, in verità, per l’amato, l’elisir sublimissimo. Di tutte le mescolanze carnali quella pareva loro la più completa, la più appagante. Credevano, talvolta, che il vivo fiore delle loro anime si disfacesse premuto dalle labbra, spargendo un succo di delizie per ogni vena insino al cuore[…]. Un bacio li prostrava più d’un amplesso. Distaccati, si guardavano, con gli occhi fluttuanti in una nebbia torbida. Ed ella diceva, con voce un po’ roca, senza sorridere:- Moriremo[5]».

Chiunque abbia fatto esperienza della pienezza del bacio erotico, viene turbato da queste righe dannunziane nel ricordo e non può che rimpiangere quei momenti. Nessuno che non abbia mai avuto il privilegio di farne esperienza non può che invidiare chi ha vissuto, anche una sola volta, questa emozione. Questo è il timore di Catullo, che difronte a tanta ricchezza possa sorgere un maleficio invidioso e maligno.

Il bacio d’amore si fa parola silente e lascia parlare i corpi che non sanno mentire e non possono ingannare, in esso non c’è progetto, ma solo apertura all’altro nella distensione di un presente che si fa eternità. Il bacio è un sentiero per il cammino dell’anima.

S.U.S.

[1] Catullo, Carme 5, https://it.wikipedia.org/wiki/Carme_5_di_Catullo

[2] Fabrizio Caramagna, https://aforisticamente.com

[3] Pablo Neruda, Cento sonetti d’amore, 1960, https://www.poesiedautore.it/pablo-neruda/donna-completa

[4] da Alda Merini, Il maglio del poeta, Manni, 2008 (non è stato possibile verificare la fonte della citazione)

[5] Gabriele D’Annunzio, Il Piacere.

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