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Wittgenstein e la lezione domenicale di Giuseppe Manfridi

Wittgenstein e la lezione domenicale di Giuseppe Manfridi

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Wittgenstein, in una tarda mattinata di primavera, ha accolto uno sparutissimo gruppo di allievi prediletti nella stanza della foresteria dove da tempo alloggia. Il filosofo siede sulla sua sdraio, mentre i ragazzi sono accovacciati in terra. E’ domenica e non era prevista alcuna lezione, eppure sembra proprio che il maestro abbia in animo di tenerne una. Tra lui e i discepoli intenti ad ascoltarlo è interposto un tavolino. Sul tavolino è poggiata una foto; accanto ad essa, un foglio con un dipinto a tempera. La foto riproduce l’angolo d’un giardino; stesso soggetto ritratto dal dipinto. Anche l’inquadratura di quest’ultimo è pressoché identica a quella della foto, e l’unica finestra campita nella stanza occupata da Wittgenstein affaccia su un giardino che è esattamente quello della foto e del dipinto. Come analogo è il taglio prospettico e la porzione d’alberi e cespugli offerta all’occhio di chi guardi fuori stando al centro della stanza col busto rivolto frontalmente alla finestra. Posizione in cui si trovano all’incirca i tre giovani seduti in terra. E’ stato il maestro a volerli esattamente dove si trovano. Lui, invece, se ne sta più appartato nell’ombra, presso la libreriola che chiude a spigolo con la sua branda. Di lì, inducendo i tre a osservare prima il paesaggio fuori e poi la foto e il dipinto, a sua volta li osserva e asserisce: “Ho fatto io sia la foto che il dipinto. La prima l’ho scattata durante la primavera scorsa in un momento in cui si davano lo stesso clima e la stessa luce di adesso. Perciò avevo bisogno di avervi qui ora. Notate: anche il dipinto gode della stessa rarefazione luminosa. L’ho terminato pochi giorni addietro, ma per realizzarlo ho impiegato parecchio tempo. Ebbene, posso dirvi per certo che, quando ho scattato la foto, dietro una foglia di un dato cespuglio vi era uno scarabeo. Il che mi consente di mostrarvi la compresenza, in una sola identità, di almeno quattro realtà.” – E tace, si versa del tè, non ne offre e aspetta. Sinché, Klaus, esclama: “Insomma, quale identità?” – Wittgenstein muove lo sguardo sul timido Matthias: “Quale identità, Matthias?… Tu sai dirmelo?”, e Matthias, chiazzando di rosso il pallore delle guance come a causa di un’improvvisa raffica di vento: “Forse quella… quella della foto…”, e il Maestro: “Dì meglio.”, “Sì, insomma… quella del giardino.”, “Del giardino, esattamente. Del giardino visibile di qui, e riprodotto due volte altrove. Quindi, ancor più precisamente: l’identità di quella particolare visione del giardino inquadrata dal telaio della mia finestra. Dubbi?”, nessuna risposta. Wittgenstein poggia la tazza sul comodino, e prosegue: “Tutto ciò che posso ancora aggiungere, è mera conclusione. Lo scarabeo che per certo stava dietro la foglia al momento in cui, un anno fa, guardai il giardino (e questa è la prima identità dell’immagine), non può essere che sia dietro la stessa foglia fotografata (seconda identità). Può essere, invece, che sia sotto quella dipinta.” – Lo stupore lampeggia all’unisono nello sguardo dei tre seduti in terra. E Wittgenstein, a fugare quello sgomento: “Sicuro. Ho detto ‘sotto’, non ‘dietro’. Chi vi dice, infatti, che io, compiendo un atto estetico, non ne abbia compiuto anche un etico dipingendo lo scarabeo prima di dipingervi la foglia sopra? E siamo, dunque, alla terza identità. Quarta identità: guardate il giardino adesso.”, e i tre obbediscono. “Quel che vedete è tal quale quello che vidi io la primavera scorsa, e l’esperienza mi dice che nascosto in quel fogliame c’è senz’altro uno scarabeo. Già, ma il punto è: questo scarabeo vale quello di allora? Poi, inoltre e soprattutto: dietro quale foglia sta?”

Giuseppe Manfridi

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