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Un’Anima sofferente: Emily Dickinson

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A un cuore in pezzi
Nessuno s’avvicini
Senza l’alto privilegio
Di aver sofferto altrettanto

 

di E. Dikinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886)
In https://www.poesiedautore.it/emily-dickinson/a-un-cuore-a-pezzi

 

Amo affrontare i versi toccanti dei poeti, amo sfidare la poesia che suscita, ferisce, ci fa gioire, ci tocca l’anima e senz’altro questi versi di Emily Dickinson sono penetranti come uno stiletto del cuore, ma con coraggio affrontiamoli e percorriamo con loro la strada che segnano ai viandanti nella vita.

La lettura semplice e sfacciata risuona come adagio popolare: Chi non ha sofferto non può avvicinare chi soffre. Lo scenario, però, che questi pochi versi aprono è ben puù denso ed articolato e non si può indugiare su una lettura superficiale.

La prima questione è posta dall’affermazione “ho il cuore in pezzi” Può un cuore andare in pezzi e lasciarci ancora sentire? La poetessa sta parlando di anima e non di dolore fisico (che lasciamo trattare all’algologia medica); quest’ultimo lo percepiamo attraverso il sangue che scorre dalla ferita, dalla contusione evidente, dal dolore immaginabile perché visibile. Il dolore dell’anima no, non è immaginabile, è nascosto nel profondo del sé, mascherato da un corpo integro, non violato, dall’apparenza tangibile di normalità. Questo lo rende più intimo e non condivisibile con gli altri uomini. E’ così declama Emily “Nessuno si avvicini”!. Voglio rimanere chiusa in me stessa. Il dolore rinserra lo spirito, non lascia spazio per andare la di là di sé stessi. Non esiste un vocabolo che rappresenti letteralmente il contrario di tra-scendere, il termine che ne rappresenta meglio la contraddizione è contenersi, ma il contenere è una dimensione agita del tenere insieme, di non andare a pezzi, salvare dallo sgretolamento la propria anima, di legare insieme le cose come in un vaso solido che contiene acqua e le nega qualsiasi possibilità di fluire all’esterno. Il mio cuore è in pezzi eppure è lì, fisiologicamente integro, faticosamente tenuto insieme. Nessuno si deve avvicinare, nessuno deve infrangere il mio vaso.

Emily sa però che c’è una possibilità e ridimensiona l’assolutezza del termine nessuno, qualificatore universale, introducendo il “Senza l’alto privilegio”. Esiste qualcuno che si può avvicinare purché abbia avuto esperienza di “Di aver sofferto altrettanto”, l’anima si può aprire, tollerare l’avvicinarsi, lasciarsi penetrare, toccare, contagiare da un’altra anima che ha sofferto.

Perché?

Solo chi ha sofferto sentendo il proprio cuore andare in pezzi può com-prendere e quindi con-tenere il dolore di un’altra persona. Il dolore interiore, è personale, lo possiamo capire, o meglio comprendere, solamente se abbiamo sofferto. Ancor di più possiamo avvicinarci aa essa solamente se abbiamo avuto il privilegio di soffrire. Privilegio è una prerogativa, un onore speciale e una legge speciale (dal latino privus “singolo” e lex “legge”) che ci riguarda individualmente.

Ma questo è un privilegio di tutti gli uomini che dalla legge del Libro, a causa del peccato originario:

16 Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà»
17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gen. 3 16-19, da http://www.laparola.net)

 

E di queste parole risuona la Torah che recita (con minor asprezza nei confronti delle donne):

17 […] sia la terra maledetta per te! Tu la godrai con travaglio tutto il tempo della tua vita.
18 E spine e triboli ti produrrà, e tu mangerai erbaggi agresti.
19 Col sudor del tuo volto mangerai pane, sino a che tornerai alla terra, poiché da quella fosti tratto. Sì, terra sei, ed alla terra tornerai. La sofferenza è il destino ineluttabile dell’uomo che in quanto individui creati devono patire il dolore. (Torah, Gen 2 17-19, da http://www.archivio-torah.it/testotorah/01_bereshit.pdf)

 

E’ vero, l’uomo incarnato non può non soffrire e questo dolore, che ci accomuna, ci fa simili gli uni agli altri. Ma se l’uomo, ogni Sé è accomunato all’Altro, ogni Altro è  un Sé. Se mi può avvicinare solamente qualcuno che abbia sofferto equivale a dire: tutti gli esseri umani possono avvicinarsi a me e, nella sofferenza, condividere la mia sofferenza, purché sia un Uomo. Di qui, ed andiamo oltre la parole della poetessa, hanno origine il pensiero e l’amore.

Arthur Schopenhauer ci ricorda che:

«Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza… La meraviglia filosofica … è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell’intelligenza individuale: tale condizione però non è certamente l’unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita [il corsivo è mio], che ha senza dubbio dato l’impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio.» [1]

Da questo, non dalla meraviglia aristotelica, ma dalla sofferenza umana, scaturisce il “privilegio” di pensare, di riflettere filosoficamente e di qui prende vita anche un’altra possibilità, quella si avvicinarsi, di trascendere se stessi, di superare i limiti del proprio corpo, della propria pelle verso un altro, verso l’Altro. Così nasce l’amore “Verso tuo marito sarà il tuo istinto”, dalla maledizione di dio scaturisce l’attrazione dell’amante verso l’amato e così dalle anime in pezzi sgorga l’amore. Solo nudi uno difronte all’altro, rompendo le barriere di coccio in cui ci chiude il soffrire, scoprendo il proprio dolore riusciamo a cogliere l’essenza del più alto privilegio concesso all’uomo.

[1] Il mondo come volontà e rappresentazione, I §1, trad. it. Milano, Mondadori, 1992, cfr. Op. cit., Supplementi al primo libro, cap. 17, pp. 938-39

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