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Quando l’anima non c’era: Mimnermo

Quando l’anima non c’era: Mimnermo

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Mimnermo ( VII secolo a.C. – prima metà del VI secolo a.C)

 

«Che cosa è la vita, che cosa è dolce, se manca l’aurea Afrodite?
Sarebbe meglio di gran lunga la morte che vivere sempre senza
incontri amorosi e il dono della tenerezza e il letto,
tutte quelle cose che son dolci fiori di giovinezza,
sia per gli uomini che per le donne. Ma quando arriva l’opprimente
vecchiaia, che rende brutto anche un bell’uomo
e il cuore si consuma sotto infinite tempeste,
non c’è gioia più poi alla luce del sole,
ma nei bambini si trova odio e nelle donne non vi si trova alcun rispetto.
Così odiosa ci diede un dio la vecchiaia! »

(Trad. A. D’Andria, in https://it.wikipedia.org/wiki/Contro_la_vecchiaia)

Mimnermo nasce nel territorio oggi corrispondente alla Turchia si ritiene nella seconda metà del VII secolo. Come tutti i greci della sua epoca studia ed è impregnato della cultura omerica e della profonda conoscenza dell’Iliade e dell’Odissea opera da cui trae linguaggio e ispirazione per le sue poesie. La sua riflessione non è però di maniera o banale e trasuda di una profonda sofferenza esistenziale che colpisce l’uomo nella vecchiaia, l’età nella quale si viene derisi dai giovani e dalle donne, tutte le persone nelle quali è possibile trovare amore. Non dimentichiamo che se nelle donne l’uomo greco vedeva le compagne alle quali unirsi, i giovinetti erano un’autentica e legittima risorsa amorosa per l’uomo maturo. Basta ricordare quanto Platone fa dire a Fedro nel Simposio:

Quando infatti l’amante e il giovinetto giungano allo stesso punto, avendo ciascuno la propria linea di condotta, l’uno pronto a servire il giovanetto che lo ha compiaciuto in qualunque cosa è giusto servirlo l’altro che è pronto ad aiutare chi lo rende saggio e buono in tutto quello che è giusto aiutarlo, e l’uno che può contribuire per l’altro verso la saggezza e ogni altra forma di sapienza, a questo punto concorrendo queste due linee di condotta allo stesso punto, soltanto in questo frangente accade che sia bello per un giovanetto compiacere il proprio amante.

E più avanti ad Aristofane:

[… gli uomini]  fanno questo infatti, non per mancanza di pudore, ma per il loro ardimento e coraggio e per la loro mascolinità bramano quel che è simile ad essi. E ce n’è anche una prova significativa perché, fattisi avanti d’età, soltanto questi entrano nell’attività politica da uomini. E quando poi divengono uomini maturi e amano i ragazzetti, volgono la mente alle nozze e ai figli non per inclinazione naturale, ma perché vi sono tratti dalla consuetudine. A loro basterebbe vivere gli uni con gli altri senza nozze.

Platone, Simposio, a cura di Patrizio Sanasi, in http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Simposio.pdf)

 

Lasciando a margine le abitudini amorose proprie dell’uomo greco classico, emerge il fatto che per Mimnermo la vecchiaia sottrae  tutte le possibili fonti di amore per l’uomo, che si trova nella condizione di essere escluso, privato della possibilità di godere dei piaceri dell’eros, del corpo, degli incontri amorosi e della dolcezza del talamo. Con l’avanzare dell’età queste gioie ci vengono sottratte e viene meno il significato stesso della vita al punto che la morte sarebbe esito migliore. Ma per il poeta il senso della vita si riduce a questo e, in questi versi, al solo piacere erotico; la vita al di fuori non ha senso e questo perché, per lui e per la tradizione omerica, l’anima non esiste, come entità distinta dal corpo; la sola anima è la psyké, il soffio vitale che ci rende vivi e che ci anima, appunto. Il non riconoscere nella spiritualità  un valore ulteriore a quello che il corpo può possedere inesorabilmente inaridisce l’uomo e lo accompagna, seguendo il decadere del corpo, all’inevitabile malinconia per una perdita indissolubilmente legata al trascorrere del tempo. Il solo esito è la rassegnazione per quello che è il destino “odioso” per noi scelto da una divinità, l’uomo non ha risorse per reagire è inesorabilmente schiacciato sulla terra alla sua corporeità, vittima del proprio fato.

E questa malinconia di Mimnermo traspare anche da ciò che canta un’altra elegia identificata col titolo “Come le foglie”:

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.

(Trad. Salvatore Quasimodo, in https://it.wikipedia.org/wiki/Come_le_foglie_(poesia)

L’assenza di una forza che permetta di trascenderci e di vincere la nostra corporeità, anche qui, diviene la piaga mortale del vivere umano, che senza anima, non trova spazio per una alternativa al proprio essere cosa tra le cose del mondo, deperibile come tutti gli oggetti concreti, che etimologicamente sono oggetti solidi, coagulati e per questo facili alla frattura ed al di-ssolversi. Il “diletto” lo possiamo cogliere solamente nel fiore dell’età, se quindi il diletto è giustificazione e fondamento della vita, il tempo lo condanna, con la conseguenza di avere in spregio la vecchiaia, morte prima del morire. E’ facile oggi contrastare queste parole e questi concetti, ma se ci domandiamo onestamente e se chiediamo a tutti coloro che si approssimano alla senilità se non provano la stessa malinconia, la risposta sarà probabilmente molto simile a quella di Mimnermo.

La sola speranza per l’uomo è porre il fondamento non nell’Io attuale, consolidato ed immutabile (fonte di diletto solamente nell’integrità fisica), ma nel proprio essere in divenire, ribellandosi alla equazione giovinezza = felicità, l’infelicità nella vecchiaia deriva dal ritrarsi dalla vita prima del tempo, dal precluderi quelle possibilità che non sono legate all’efficienza fisica ma alla ricchezza dell’animo, dal dischiudere le porte dello spirito in modo nuovo ed intenso.

Ed è una soglia che tutti dovremo varcare.

 

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