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Quando l’anima non c’era: Anassimandro di Mileto

Anassimandro (circa 610 a.C. – circa 546 a.C.)

Quando l’anima non c’era: Anassimandro di Mileto

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Anassimandro (circa 610 a.C. – circa 546 a.C.)

Il frammento:  [Il principio delle cose che sono è l’illimitato…] donde le cose che sono hanno la generazione, e là hanno anche il dissolvimento secondo la necessità. Infatti esse pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.[1]


Sono convinto che questo frammento del filosofo di Mileto Anassimandro, vissuto tra il 610 a.c. e il 546 a.c. circa,  sia una delle più belle espressioni del pensiero dell’uomo. E per uomo non voglio intendere solamente l’uomo arcaico, il greco del sesto secolo avanti cristo, pastore agricoltore e guerriero, che viveva nel territorio corrispondente più o meno alla Grecia, all’Italia meridionale ed alla Turchia attuali, ma all’uomo nella sua espressione universale ed esistenzialmente connotata, fuori dal tempo. E’ un frammento perduto in originale e tramandato fino a noi dal testo di un altro filosofo, quindi una brevissima espressione che non ci permette di ricostruire integralmente il suo pensiero, ma che il tempo ci autorizza ad interpretare liberamente impossessandoci del suo significato, facendone materiale di vita, per la nostra vita. Anassimandro è il primo tra i primi filosofi che non scrive in versi (almeno dai frammenti che ci sono pervenuti) ma in prosa, ma la sua è una prosa poetica, densa di una tensione esistenziale che ancor oggi mi commuove.

Per il filosofo tutte le cose vengono dal senza limite (àpeiron) , dall’informe, da una realtà infinita ed eterna che ci circonda, anzi, della quale facciamo parte. In essa forse siamo protetti, siamo sereni, coccolati come nell’utero materno, ma la nostra ambizione di divenire cose, di divenire individui ci porta a commettere un’ingiustizia, contaminata dalla nostra “presunzione” di poter essere uno, un individuo. Ecco che ci distacchiamo dal tutto indefinito per essere noi stessi ed in questo atto si costituisce l’anima, il sé. Con questo atto diveniamo una cosa, abbiamo quel supporto, quel sostrato minimo, che permette alle cose e all’uomo di battezzarsi con un nome, di divenire individui ed agire nel mondo. Ma quest’atto di individuazione originario è come il peccato originario che nega l’eternità, l’espiazione dell’ingiustizia, e quindi “deve” giungere il dissolvimento per riaffermare la giustizia, per lasciare spazio agli altri esseri, secondo l’ordine del tempo. I vecchi lasciano il posto ai giovani, il prima al dopo nella dimensione temporale. E’ questo il passaggio cruciale di queste parole dalle quali consegue che solamente nella fusione e compenetrazione tra le cose si può riguadagnare quella pienezza ed integrazione cosmica che ci ridona l’eternità.

Le nostre cellule, le nostre molecole, come quelle di tutte le cose, si sono distaccate dal brodo biologico primevo (dall’àpeiron), aggregandosi e costituendo unità originale capace di porre in essere dei grumi di coscienza che incarnati dagli individui, questo ingiusto, come afferma Anassimandro, staccarsi dal tutto, crea l’uomo cosciente di sé, che nel momento in cui diviene Uno lacera la serenità del tutto commettendo una colpa che deve essere espiata con la dissoluzione, con la morte dell’individuo. In questo senso la nostra morte fa parte della nostra vita e del nostro essere individuale, la nostra anima si distacca dalla “anima” universale per divenire singola, unica, individuale con la pretesa di poter agire con il mondo e con le altre cose come ente separato. A fronte di ciò solo la consapevolezza di essere una particella destinata a rientrare nella nebulosa illimitata dell’essere ci permette di affrontare la morte con la serenità di una persistenza eterna, non come singoli individui ,ma come parte di un tutto senza-limiti. Il dio di Anassimandro non è certamente il Dio della tradizione biblica, non può essere un Dio che con un atto di pensiero, con un  logos crea gli individui, viceversa sono gli individui che si staccano dal tutto per identificarsi. Questa visione contiene però un messaggio di serenità, convergente con alcune filosofie-religioni orientali: gli individui solamente riconsiderando sé stessi come parte di un tutto possono riguadagnare il senso dell’esistere, del vivere e la libertà angosciosa del costituirsi come parte di un Cosmo senza limiti di fronte alle infinite possibilità dell’essere.

Di qui può cominciare il viaggio dell’anima nel Mondo.


[1] “έξ ών δέ ή γένεσίς έστι τοίς οΰσι, καί τήν φδοράν είς ταύτα γίνεσθαι κατά τo χρεών • διδόναι γάρ αύτά δίκην καί τίσiν άλλήλοις τής άδικίας κατά τήν τού χρόνου τάξιν”.

Trad. di G. Colli. «Anassimandro disse che il principio delle cose che sono è l’infinito (apeiron), da cui è la generazione alle cose che sono, e in cui (nell’apeiron) avviene anche la corruzione (delle cose che sono) in seguito al debito: infatti le cose che sono pagano le une rispetto alle altre il fio della loro ingiustizia secondo l’ordine del tempo». 12B1 DK (Simpl. in Aristotele, Phys. 184b 15)

 

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