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Gli amanti non si toccano quando si amano veramente

Gli amanti non si toccano quando si amano veramente

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«Gli amanti non si toccano quando si amano veramente, nel loro toccarsi si rendono intoccabili, ed è come se a toccare l’altro, l’altra, che si ama, si fosse toccati, è come se le proprie mani ritornassero sul petto, senza stringere quel che è più caro, ciò che è dentro l’altro ed è il proprio segreto, la propria stessa vita».

(G. Ferraro, Imparare ad amare)

Voglio condividere questo passaggio di Giuseppe Ferraro, filosofo e professore di Filosofia Morale, rozzamente estrapolato dal  suo suggestivo e stimolante saggio sull’amore (che consiglio vivamente di leggere, G. Ferraro, Imparare ad amare, Editore Castelvecchi). L’affermazione di Ferraro stupisce, “gli amanti non si toccano”. Ma come, l’amore è abbraccio, fusione di corpi, eros e sessualità compenetrante, come è possibile che non si tocchino? Aggiungere la proposizione, solo “quando si amano veramente”, ne aumenta la paradossalità. Come è possibile che non riescono a toccarsi quando si amano veramente?

I corpi si possono toccare anche quando non si ama ed in questo caso la cosa che si ama, che si desidera, è il corpo. Ed il corpo dell’altro è disponibile, fungibile e funzionale al toccare, accade anche nello stupro. Il toccare agisce sul corpo attraverso il senso del tatto, ma in questo atto si esaurisce. Solo quando due persone “si amano veramente”, lo scenario sorprendentemente muta poiché infatti qui ciò che si ama è l’essenza dell’altro, la sua anima. Ma l’altro è “persona” nel modo in cui ci è dato, nel modo in cui si presenta attraverso la percezione. Il modo di presentarsi dell’amato all’autentico amante vuole superare la persona, sente il desiderio di andare oltre, ma rimane inevitabilmente una modalità propria dell’amante, cioè chi ama si costruisce un’immagine dell’altro che è totalmente interna a se stesso, a colui che agisce l’atto di amare.

Eraclito affermava che “Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos”. (Eraclito, fr. 45 Diels-Kranz). L’anima è inattingibile, non è mai conoscibile in modo esaustivo e totale, nemmeno la propria stessa anima. Quindi come conoscere l’anima dell’amato, come raggiungerne la profondità “vera”?

E’ impossibile, amiamo sempre la nostra idea dell’altro. Inizialmente il suo aspetto, la sua forma, il suo modo di parlare ci attraggono e progressivamente si accende il desiderio di incontrarlo, prima attraverso la comunicazione, poi attraverso l’abbraccio. Ma inevitabilmente quello con cui parliamo, colui che abbracciamo è la nostra idea dell’amato, l’immagine che di lui abbiamo costruito in noi stessi. Costruito in noi stessi, nella nostra interiorità e per questo si può aggiungere “è come se le proprie mani ritornassero sul petto, senza stringere quel che è più caro”.

Questo abbracciare torna su di sé, abbracciamo noi stessi, o più completamente la nostra idea dell’amato, quando lo amiamo veramente.

Questa dinamica rievoca quella di Ulisse che sceso nell’Ade rivede e parla con la madre, della cui morte apprende solamente in occasione di quell’incontro. Al termine della conversazione, racconta Omero: “[…] un gran desiderio mi nacque d’abbracciare la defunta genitrice. Io ben tre volte lo tentai, ma sempre. Come sogno od ombra mi fuggì dinanzi; quindi pieno di dolore e di corruccio, Madre, perché ti sottrai alle mie braccia?” (Odissea, Libro XI). Anche qui l’eroe omerico si trova difronte ad una persona amata, anche se  defunta, quello che lui può fare è solo parlare con lei, o con il ricordo di lei, non più arrivare a toccarla.

L’amato, nella profondità della propria anima sfugge all’abbraccio, non riusciamo a “stringere quel che è più caro, ciò che è dentro l’altro ed è il proprio segreto, la propria stessa vita”, non possiamo mai conoscerlo veramente e quello che ci sfugge non è il suo corpo fisico, ma quello che vorremmo di più: la sua anima, il segreto che custodisce, lo scrigno segreto inesauribile che si cela nel cuore di ciascuno di noi.

Può questo rappresentare la fine del vero amore, dell’amore totale?

Non credo. Penso al contrario che se dall’amore scaturisce il desiderio ed il desiderio accende la volontà di possedere l’altro per garantirci la sua presenza accanto a noi sempre e colmarci dei piaceri intangibili dell’amore, questo possesso stesso, che appare all’amante come obiettivo del suo desiderio, diviene un possesso effimero. L’abbraccio non lega, non avvolge costrittivamente l’altro, ma solo quell’idea di lui che abbiamo costruito in noi, l’altro conserva la sua libertà di trasformarsi, vivere autonomamente, senza che in questo amore nulla di sé gli sia sottratto. La sua libertà persiste ed il suo agire, il suo comunicare, trasforma gradualmente l’immagine che l’amante si è fatto di lui, e questo in modalità reciproca, dall’amato verso l’amante e dall’amante verso l’amato. Il rapporto amoroso diviene così una relazione dialettica tra due individualità, tra due Io, che si incontrano continuamente in evoluzione ed in cammino, in una perpetua scoperta dell’altro nell’uno, l’amore non può arrestarsi senza morire, senza vedere il continuo dissolversi e rinascere dell’immagine che abbiamo costruito dell’amato dentro di noi. E’ per questo che quando si incontrano due anime, non può esistere amore eterno, ma solamente amore quotidiano, costante che si realizza attraverso i piccoli gesti, attraverso un lavoro continuo di definizione, di scultura dell’immagine dell’amato ed è per questo che l’amore è faticoso e si deve rinnovare, la routine è assassina poiché tra l’idea che abbiamo dell’altro e il suo agire, cioè il suo muoversi nel mondo, si crea un divario che la renderà falsa, morta. “Non sei più quello di una volta!” grida l’amante deluso e ferito. Il tempo scorre, in entrambi i soggetti e l’immagine dell’altro non corrisponde più a quella che ci eravamo costruiti, ma è anche la nostra capacità di immaginarlo che si è trasformata, la relazione dialettica “costruttiva” si è trasfigurata un percorso che può essere convergente o divergente. “E prende amore in gentilezza loco” recita Guinizzelli in una sua poesia, ma gentilezza è ascolto, attenzione e accoglienza, questi sono gli strumenti di lavoro dell’amore.

Baricco, per concludere, gioca così col paradosso dell’immaginazione degli amanti:

«Un giorno stava scrivendo mentalmente un dialogo tra due amanti in cui l’uomo spiegava che fin da bambino aveva la curiosa facoltà di sognare le persone solo quando ci dormiva insieme, proprio mentre ci dormiva insieme.
– Vuoi dire che sogni soltanto quelli che sono nel tuo letto?, chiedeva la donna.
– Sì.
– Che stronzata è?
– Non lo so.
– E se uno non è nel tuo letto tu non lo sogni.
– Mai»
(Baricco, Mr Gwyn)

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