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Memoria Muri – I muri parlano? di Gianfilippo Lo Masto

Memoria Muri – I muri parlano? di Gianfilippo Lo Masto

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Nella narrazione corrente un panorama interessante è sempre e inevitabilmente “mozzafiato”,  così come un evento che esuli dalla stretta normalità non può che avere un portato “choc”; non stupisce pertanto di ascoltare che una architettura abbia parlato, che un determinato spazio diventi un  luogo dell’anima.

Prescindendo da situazioni collegate a particolari stati soggettivi, è interessante capire se esistano strumenti progettuali per entrare in sintonia con la sensibilità profonda delle persone, una téchne, nella stretta accezione greca di “saper fare”, oppure se in modo consapevole o incontrollabile gli spazi abbiano la potenzialità di caricarsi di energie non convenzionali, o diversamente misurabili.
Non posso richiamare qui l’universo infinito della storia dell’architettura, è tuttavia evidente che sono molti i riferimenti alla capacità evocativa delle costruzioni o al rapporto “altro” tra uomo e spazi artificiali.
Propongo allora dei casi esemplificativi, ipotizzando combinazioni e letture dichiaratamente soggettive, prevenendo i pruriti ai vari cultori della materia.

E’ noto che i romani credevano nella memoria muri, la possibilità di uno spazio di creare un rapporto con le generazioni che lo stesso abitavano, e quindi di sedimentarlo nella propria fisicità, come dire, in maniera riconoscibile solo da coloro che nel tempo fossero stati parte di un gruppo omogeneo  nel luogo.
Un rapporto di complessità notevole, in quanto il dialogo non veniva indotto solo dal significante dell’elemento litico, ma anche perché l’elemento aveva a propria volta “somatizzato” il vissuto da coloro lo abitavano.
Per inciso … e per complicarsi la vita: i romani valutavano anche un rapporto fra cose e cose, e all’atto di costruire un ponte, o deviare un rivolo per creare una fonte, “risarcivano” con monete l’acqua, che era stata violentata nella sua libera natura.

Torniamo in argomento, a migliaia di chilometri a oriente di Roma.
Nel Feng Shui, come nel Vastu, l’interazione tra spazio e soggetto è simbiotica, e la costruzione  mira al benessere non solo fisico, ma anche psicologico dell’abitante, in quanto aziona con lo stesso uno scambio energetico che, se pur indirizzato da regole compositive, per il buon funzionamento non può fare a meno di considerare qualità personali (sesso, nascita, composizione del nucleo familiare).
Se gli esempi ricordati si possono parafrasare come un sistema sinergico di tipo paritario, giuoco di seguito ipotizzando combinazioni differenti, con apporti di tipo o unilaterale o dove uno dei due “attori” agisca da catalizzatore verso l’altro.
Il tempio induista della V-VI secolo ha un dentro irrilevante, non cela un sancta sanctorum.
Con una codice costruttivo e di decorazione definito evoca un concetto del sacro che viene “innescato” dal e per il fedele il quale, camminando da oriente in maniera liturgica (la pradakshina o circumambulazione) rievoca allegoricamente il ciclo solare e dà un senso e una lettura alle storie di pietra che esplora, che non potrebbero essere manifeste con la contemplazione statica.
In questo caso il muro parla, mi favorisce riflessioni di fede e trascendenza, ma necessita della mia azione e del possesso di una chiave, appunto la liturgia d’uso, per attivarsi.

Se penso a metafore non architettoniche, si potrebbe citare la leggenda del Golem, quando il Rabbino di Praga, nelle magistrali pagine di Meyrink, ottiene il risveglio e la protezione del colosso di argilla solo se pone, sapientemente, il cartiglio della formula di vita nell’incavo creato in una fronte inanimata.

Il Rabbino di Praga compone la formula per animare il Golem (fotogramma dal film di Wegener)

All’ opposto, per restare nel campo privilegiato delle costruzioni sacre: proviamo a decodificare il potere di suggestione delle grandi cattedrali.
Il “materiale umano” in questo caso staziona in una area determinata e viene sollecitato dalla combinazione tra elementi fisici e immateriali.
L’edificio postula la rigida classificazione degli ambiti di utilizzo, lavora sulla evocatività del verticale, utilizza giochi proporzionali tarati sulla biologia delle persone, qualifica i pieni e i vuoti in funzione di effetti luce/oscurità.
Il connubio tra geometrie archetipe che agiscono sulla sensibilità umana (forse appunto universali, considerato che questi luoghi suggestionano anche in non cattolici) con situazioni sensoriali (suoni, definizioni della luce, sostanze percepite dall’olfatto) e con un patrimonio dottrinale, o almeno culturale, indirizza lo stato d’animo del visitatore senza che questi debba a propria volta compiere specifiche attività preparatorie: il portone è il limen per un passaggio di stato che la macchina-cattedrale favorisce in maniera “automatica”.

Variazione un po’ complicata sul tema: il tempio massonico.
Di forma parallelepipeda, senza particolari accorgimenti spaziali se non nelle proporzioni e per l’esposizione, è caratterizzato dalla fissità dei simboli e degli oggetti, come delle postazioni (e l’abbigliamento) definite in funzione dei ruoli gerarchici dei presenti.
Il funzionamento del posto  viene qualificato dal cerimoniale e dagli argomenti di discussione ma, a differenze dei templi induista e cristiano, quello dell’adepto è un contributo si statico, ma il senso  del luogo, e l’impatto che ne deriva, è strettamente legato alla consapevolezza del soggetto rispetto al ruolo che lo stesso svolge.
In altri termini si può ipotizzare che l’involucro abbia in questo caso valenze esclusivamente simboliche: non dà, non chiede, ma è essenziale quale condizione “giuridica” per un agito che, come in una aula di tribunale, nella svolgimento prescinde funzionalmente dal luogo fisico.

Costruendo questa matrice mi accorgo che possono aumentare a dismisura gli elementi e pertanto, con buon esercizio di continenza digitale, mi limito a riportare una ultima combinazione, a me cara, e poi a chiudere con una conclusione assolutamente indimostrata.
Le architetture espressioniste tedesche del dopo prima guerra, grazie anche dell’eccellenza dei protagonisti (Mìes, Gropius, i Taut, Poelzig…), tendono programmaticamente a rappresentare/evocare emozionalità con intenti teleologici e di redenzione.
Nell’esempio di scuola del Padiglione del Vetro di Bruno Taut (Colonia 1914), non scevro da suggestioni esoteriche, il dialogo fra le parti avviene con una dinamica di fruizione (indù…) e di uso scenografico dei materiali (effetti delle cattedrali…), ma senza un apparato dottrinale.
Il visitatore intraprendeva un percorso che scende in basso verso l’oscurità, prosegue su squarci di indizi luminosi, sino a tracimare nella cupola vetrata ogivale e multicolore: si viveva una esperienza sensoriale abbastanza immaginabile, una metafora della redenzione, con un “premio” dai colori rutilanti posto alla fine di un cammino positivo (ricordiamo i disegni utopici delle città delle Architetture Alpine, a ridosso di cime altissime dove un enorme sole splendente – la fruhlicht –  irraggia e consacra l’habitat).

  

Paul Scheerbart (terzo da ds.) e altri esponenti della “Catena di Vetro” nella cupola del Padiglione del Vetro

 In questa carrellata metafisica abbiamo pensato lo schema di lavoro con un abaco del tipo “chi fa cosa per l’altro”, indipendentemente dalla “composizione molecolare” degli attori, che operano attivamente, o sono inani, o reciproci.

Da pessimo scienziato ho mischiato pere e ortolani, l’icasticità del manufatto con il caleidoscopio interiore dell’essere vivente perché, se i nostri metodi ci chiedono misurabilità  e costanza dei fenomeni, su questi argomenti possiamo enucleare al massimo situazioni  ed emozioni che ricorrono, singole o di gruppo.
Un spazio architettonico concluso ha regole e trattamenti che derivano dal grado di sensibilità e passione di soggetti visionari; di contro, per come funzioniamo, la lettura della realtà che ci circonda deriva dal connubio dei nostri sensi con un vissuto di conoscenze, sofferenze e riflessioni.

Quel che è certo è che non so, dopo anni di progettazione, se i muri parlino.
Credo tuttavia che le opere, se pensate ogni volta come unicum, desiderate prima che fabbricate, possano far capire a coloro che le incontrano che sono il frutto di una passione trasmissibile e quindi, più umanamente, fare parlare attraverso il loro tramite le persone, con un codice diverso da quello verbale.

G.F. Lo Masto

 

 

 

 

 

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