LOADING*

Digita per cercare nel sito

Sull’Educazione di Alessandro Orlandi

Sull’Educazione di Alessandro Orlandi

Share

Avere avuto una buona educazione, oggi, è un grande svantaggio. Ti esclude da tante cose.” – Oscar Wilde

Cosa intendiamo veramente quando affermiamo che qualcuno è “educato”? ci sono sicuramente almeno due modi per intendere questo termine.

Il primo fa riferimento alla conoscenza e all’adesione ad un codice di norme di comportamento, che fanno parte della tradizione e della cultura di un popolo. Ad esempio: non guardare nel fazzoletto dopo essersi soffiati il naso, come se contenesse l’Oro del Reno (Galateo).

Il secondo, affatto diverso, fa riferimento al saper rispettare gli altri e i loro sentimenti, la Natura e l’Ambiente, al percepire lo “spirito” delle cose e del tempo, lo Zeitgeist, e al saper cogliere l’hic et nunc dei momenti che si vivono, quella che Walter Benjamin avrebbe chiamato la loro “aura”, allo sviluppare insomma quell’orecchio musicale che aiuta a distinguere l’armonia dalla disarmonia, la gaffe dalla battuta divertente, l’offesa dalla provocazione tesa a stimolare la coscienza, la bellezza dall’orrore e dalla volgarità.

Potremmo dire che le due definizioni di educazione fanno appello a diverse capacità: la prima comporta la conoscenza razionale e l’adesione a un codice scritto a cui attenersi, la seconda comporta l’aver sviluppato sensibilità, ascolto della propria anima e anche una discreta percezione delle cose invisibili: bellezza e armonia non si apprendono solo attraverso nozioni scolastiche e suonare a tempo con una musica, contribuendo alla sua ricchezza, richiede qualcosa che non è solo conoscenza teorica delle note e dei tempi.

Naturalmente queste due definizioni di educazione si intersecano: ad esempio, viaggiando in un Paese straniero di cui non si conosce la cultura ci si potrà avvalere soprattutto del secondo tipo di educazione, non potendo certo aderire ad un codice che non si conosce. Certo, prima di partire, si farà il possibile per apprenderne l’essenziale.

In periodi di rivoluzione e di cambiamento viene meno soprattutto il primo tipo di educazione, l’adesione a un codice. Pur conoscendo quel codice, a volte si decide deliberatamente di infrangerlo per marcare la propria differenza con l’universo di chi vi si attiene (si pensi al 67’ in America e al ’68 in Italia e in Francia). Ma quello che viviamo non è un periodo di rivoluzione, quelli sono periodi temporanei in cui la violenza del cambiamento e della contestazione è compensata dalla percezione di qualcosa di nuovo nell’aria, dalle doglie di un parto.

Nell’apocalittica maleducazione che caratterizza i social e il mondo contemporaneo, sono venute meno tutte e due le tipologie di educazione e le doglie del parto riguardano solo la nascita di una Bestia di cui avvertiamo già i primi vagiti. Non ci si attiene ad un codice, sia perché non lo si conosce per ignoranza, sia perché si ritiene che l’aggressività verso gli altri, l’imporre i propri desideri e affermare le proprie frustrazioni, abbia la priorità su ogni altra istanza. E non viene attribuito alcun valore allo sviluppo delle facoltà dell’anima, anzi, chi vi si dedica è un “buonista”, uno smidollato incapace di affermare le proprie belluine pulsioni animali, le proprie antipatie sociali e politiche, un inetto che nasconde dietro ai termini “bellezza” ed “armonia” la propria incapacità di far ricorso alla violenza verbale e fisica.

Non solo, si è sviluppata una sorta di educazione al contrario: si cerca di individuare il punto debole del sentire altrui per battere ossessivamente su quel tasto, sperando di inferire all’altro una ferita abbastanza profonda, magari mortale. Si gioisce canagliescamente della sofferenza e della morte altrui.

E’ così legittimo sdoganare tutte quelle pulsioni, tutti quei comportamenti che l'”educazione” vorrebbe fossero nascosti e repressi in quanto sgradevoli e in quanto si oppongono al sentiero evolutivo dell’anima. La distinzione tra i tre tipi di energia che caratterizzano l’uomo, tracciata dalla cultura induista: energia sattwica, rajasica e tamasica è abolita. L’unico tipo di energia che abbia diritto di cittadinanza è la tamasica: rabbia, odio, frustrazione, paura, invidia, avidità. Il principiante urla contro il premio Nobel, da pari a pari, ognuno si sente libero di affermare le proprie opinioni con violenza e chi non è d’accordo può essere insultato con qualsiasi epiteto, la competenza non è più tenuta in nessuna considerazione, il valore stesso della vita umana, il prezzo pagato da chi soffre, la repulsione per la volgarità, tutto ciò non ha più alcun peso, perché parole come “empatia” e “compassione” sono svuotate di significato: sono debolezze dei “buonisti”. Nessuno crede più nell’invisibile e quindi non c’è alcuna consapevolezza delle orrende forme-pensiero che le persone si portano appresso, che andrebbero dissolte per il loro e il nostro bene, né, tantomeno, degli spaventevoli eggregori che si accompagnano ai movimenti di massa, siano essi eventi legati allo sport e alla musica, oppure alla politica.

Infine, mai come in questa Era della Maleducazione Imperante (EMI, come l’omonima e gloriosa casa discografica), il mondo è stato più materialista e cieco allo spirito. Chi dichiara di “seguire una Via Spirituale”, persegue spesso in realtà un cammino luciferico, teso al potenziamento dell’Ego. Le tre parole chiave della Rivoluzione francese, Libertà, Uguaglianza, Fratellanza, si sono rovesciate nel loro contrario: Schiavitù nei confronti delle proprie pulsioni peggiori, Uguaglianza nel senso di livellamento con il peggio, comunque e ovunque si manifesti, Odio dell’uomo contro l’uomo al posto della Fratellanza, in nome dell’esaltazione di ogni tipo di differenza.

Un modo possibile per contrastare gli effetti devastanti della maleducazione imperante è occuparsi di simboli. Chiunque si occupi di simboli dovrebbe rileggere con attenzione questo passo dell’apocalisse di Giovanni: “E io andai dall’angelo, dicendogli di darmi il libretto. Ed egli mi disse: Prendilo, e divoralo: esso sarà amaro alle tue viscere, ma in bocca ti sarà dolce come miele. Presi il libretto di mano all’angelo, e lo divorai; e mi fu dolce in bocca, come miele; ma quando l’ebbi divorato, le mie viscere sentirono amarezza”. (Apocalisse, 10).

Se i simboli restano in bocca, dolci come il miele, ma non provocano una terribile amarezza al ventre, allora diventano cibo per gli intellettuali e gli intrattenitori da salotto, un gioco e un trastullo per la mente. Solo se vengono assimilati, se vengono riconosciuti come parte integrante della carne e del sangue di chi li adopera, i simboli adempiono alla loro funzione, quella di “riunire ciò che è disperso” (sunballo).

Quando i simboli scendono fino al ventre, quando vengono “digeriti”, prima di illuminare il nostro cammino essi ci mostrano, come prima cosa, la dispersione delle nostre menti, dei nostri cuori, la scissione tra mente e corpo, tra ragione e sentimento, l’azione vampiresca degli attaccamenti e delle proiezioni, la non integrazione e la non armonizzazione tra energie tamasiche, rajasiche e sattviche, la lotta tra i contrari nei nostri cuori.

Una esperienza, questa, molto vicina alla fase alchemica della mortificazione e putrefazione, ma anche molto vicina allo smembramento che precede le iniziazioni sciamaniche.

 

Alessandro Orlandi

 

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo Email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *