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SU CASO, SINCRONICITA’ E COINCIDENZE. La Lotteria, I Ching e Jacques Monod

SU CASO, SINCRONICITA’ E COINCIDENZE. La Lotteria, I Ching e Jacques Monod

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Il 9 gennaio del 1449 si tenne a Milano, in piazza sant’Ambrogio, la prima lotteria della storia, inventata da un banchiere per sostenere con gli introiti la repubblica Ambrosiana nella guerra contro Venezia.

Da allora il gioco si è diffuso in tutto il mondo. Si tratta indubbiamente di un gioco irrazionale, perché la probabilità di vincere è bassissima e, dal punto di vista di chi scommette sulla propria vittoria, i soldi spesi per il biglietto sono letteralmente gettati via (anche perché la maggior parte delle vincite non vengono ritirate, dato che i biglietti vengono smarriti o non sono controllati).

Alcuni sostengono anche che si tratti di un gioco immorale, perché diffonde l’impressione che si possa diventare ricchissimi senza alcuno sforzo né sacrificio (un’idea che in particolare fa inorridire i calvinisti). Altri, che sia un gioco reazionario perché illude popolazioni povere e sfruttate che la ricchezza e il riscatto sociale possano essere a portata di mano.

Certo, dal punto di vista di chi cambia completamente vita, la vincita alla lotteria è un serio spunto per riflettere sul dilemma tra caso e destino. Gli esseri umani tendono a vedere nelle vicende più significative delle loro vite (nascite, morti, l’incontro con la persona amata, la vincita a una lotteria…) l’azione di una forza superiore: la forza del Fato e del Destino, una “coincidenza significativa”.

Ma cosa sono le cosiddette coincidenze?
Se una lotteria non è truccata, se l’incontro con la persona amata non è stato guidato da qualche paraninfo in incognito, se la malattia o l’incidente che ci porta alla morte non è stato premeditato da un Servizio Segreto che ci ha messo del polonio nel sushi, si direbbe che che l’unica Forza ad agire sia stata il Caso. Eppure…

Lo psicanalista Carl G. Jung e il fisico Wolfgang Pauli ipotizzarono che accanto al princìpio di causalità, per spiegare alcune significative correlazioni tra fenomeni, si dovesse introdurre il princìpio di “sincronicità”: anche se tra due fenomeni che accadono simultaneamente non esiste alcuna relazione di causa-effetto, essi possono apparire significativamente correlati alla luce di una “pregnanza simbolica” che li collega agli occhi di chi li percepisce.

Pubblicarono insieme il libretto “La sincronicità”, in cui formularono compiutamente questa idea. Per Jung l’idea di sincronicità rappresentò il tentativo di dare una forma rigorosa a molti suoi studi difficili da proporre alla comunità scientifica, per Pauli il tentativo di trasporre nella sfera psicologica alcuni risultati da lui ottenuti in fisica quantistica.

Come è stato messo in luce anche da Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico nel loro bel libro “Pauli e Jung” (Raffaello Cortina editore), si trattava di un’idea già presente nella filosofia di Schopenhauer, come dimostra il passo seguente:
“Ogni evento nella vita di un essere umano può essere ricondotto a due tipi fondamentali di connessione: primo, da un punto di vista oggettivo, alla connessione causale propria del corso degli eventi naturali, secondo, da un punto di vista soggettivo, a un tipo di connessione che esiste solo in relazione all’individuo che la sperimenta e che quindi è soggettiva almeno quanto i suoi sogni, nella quale comunque la successione degli eventi e il loro contenuto sono necessariamente determinati nello stesso modo in cui si dipana la successione delle scene di un dramma inventato da un poeta. Entrambi questi due tipi di connessione esistono e accadono simultaneamente, e legano l’individuo a due catene molto diverse che non si allineano mai perfettamente tra loro. In conseguenza di ciò ogni volta gli esiti dell’una devono misurarsi con gli esiti dell’altra, e ognuno diviene un eroe nel proprio dramma mentre simultaneamente è una comparsa nel dramma altrui. Tutto ciò è qualcosa che trascende il nostro potere di comprensione e può essere concepito solo ipotizzando la più fantastica e preordinata armonia”. [la trad. di Schopenauer è mia] —Arthur Schopenhauer, Transscendente Spekulation über die anscheinende Absichtlichkeit im Schicksale des Einzelnen (1851) in Schopenhauers sämmtliche Schriften in fünf Bänden, vol. 4, pp. 264-65 (E. Grisebach ed. 1922)

Da sempre ci chiediamo cosa siano la mente e la coscienza, in che modo interagiscano con la materia. Il meccanicismo settecentesco, di cui Laplace fu il massimo esponente, ha condotto nell’ottocento psicologi come Secenov a ritenere che mente e coscienza non siano che riflessi strutturati degli stimoli esterni, che non esista nulla come mente e coscienza, se non come “callosità” formatesi sotto l’azione dell’esperienza, che reagiscono automaticamente agli stimoli, come avviene per la salivazione dei cani di Pavlov.

Il meccanicismo ha poi condotto a un materialismo riduzionista, che reinterpreta qualsiasi fenomeno psichico alla luce di soggiacenti processi chimici e ha prodotto, in epoca moderna, innumerevoli psicologi che curano i disturbi psichici solo con i farmaci e molteplici indirizzi in psicologia che riducono l’uomo a chimica e comportamento.

Al contrario, Jung ha sostenuto che tra l’interno e l’esterno dell’uomo ci sia il tipo di rapporto che sussiste tra una trasmittente radio e l’apparecchio ricevente, ove sia l’interno che l’esterno possono giocare entrambi i ruoli.

I simboli, le immagini archetipiche secondo Jung, hanno una natura sovra-individuale. Se la coscienza, mentre esperisce il mondo esterno, si sintonizza su simboli e immagini archetipiche, le percepisce e attribuisce loro un significato, allora la materia si fa spirito. Quando invece un simbolo “numinoso”, un’immagine archetipica viene prodotta dalla coscienza e poi “riconosciuta” all’esterno, in un evento concreto, è lo spirito a farsi materia.

Inoltre ci sono diverse “lunghezze d’onda” possibili, che potremmo chiamare “evoluzione della coscienza”.

E’ stata questa visione dei rapporti tra spirito e materia che ha poi condotto Jung, grazie al suo rapporto con il fisico Wolfgang Pauli, a postulare il principìo di sincronicità accanto a quello di causalità, ma il principio di sincronicità difficilmente può essere accolto dalla scienza, per via della sua non riproducibilità ed è più che altro un invito a riconoscere sorta di “risonanza” tra gli eventi interiori e quelli esterni.

Non è un caso se Jung fu anche autore della prefazione alla traduzione de I Ching di Wilhelm.

Le immagini de I Ching, l’antichissimo Libro cinese dei Mutamenti, si basano su una concezione sincronica del rapporto Microcosmo – Macrocosmo. Chi consulta il Libro dei Mutamenti gettando tre monete o gli steli di millefoglie, compie una azione “sincronica”, perché essa contiene in sé l’impronta del tempo che circonda il consultante, delle azioni che lo hanno preceduto e di quelle che seguiranno. L’immagine che deriva dalla consultazione dell’oracolo va quindi contemplata come una fedele immagine della “tendenza” che domina il tempo presente, una tra 64 immagini archetipiche in continuo mutamento, che possono trasformarsi le une nelle altre. Il consultante deve adeguare i propri comportamenti alla tendenza che domina il tempo presente, come l’acqua si adegua alla forma del recipiente che la contiene, per non andare contro le leggi che regolano il cosmo. Il paragone più vicino è quello di una danzatrice che debba muoversi a tempo con la musica e che quindi sappia come ascoltarla. Chi si adegua all’immagine che domina il Tempo viene chiamato dai Ching “Il Nobile”. Chi la ostacola è “L’Ignobile”, dove questo epiteto non ha carattere morale, ma è una constatazione di ignoranza delle leggi che regolano l’Universo. Chi, invece, le conosce e si adegua ad esse ha salute, “emenda le cose guaste”, guarisce.

Dal punto di vista della scienza la difficoltà della visione junghiana o di quella de I Ching sta in queste domande: dove sussistono le Immagini archetipiche, i Simboli sovra individuali e i Mutamenti contemplati da I Ching? In quale spazio? Sono di natura “spirituale”? Come verificarne l’esistenza? Possono essere solo esperiti in istanti carismatici e irripetibili? Non hanno quindi le caratteristiche di riproducibilità che ne farebbero qualcosa di cui la scienza possa occuparsi?

Una problematica analoga è quella sollevata da alcuni biologi post darwinisti. Ad esempio, secondo Jacques Monod (autore del libro “Il caso e la necessità”): le mutazioni del DNA che hanno condotto le varie specie, compresa la nostra, a diventare ciò che oggi sono, sono frutto del caso, della pura alea. E’ poi l’impatto con l’ambiente a decidere quali mutazioni saranno “vittoriose” e verranno trasmesse ai discendenti, in milioni, miliardi di esemplari. Se le mutazioni sono paragonabili alla lotteria, l’ambiente invece sottopone quelle mutazioni a un rigido determinismo (Monod chiamò “teleonomia” la capacità di un individuo di trasmettere la propria struttura genetica alle generazioni successive) .

Il biologo francese Pierre Lecomte du Noüy, osservando che la probabilità della formazione casuale di una proteina è pari a 1 su 10 alla 321esima, scrisse che: «per studiare i fenomeni più affascinanti, quali la Vita e soprattutto l’Uomo, siamo costretti a chiamare in causa un’antichance: una sorta di giocatore sleale che viola sistematicamente le leggi dei grandi numeri» (P. Lecomte du Noüy, “L’uomo e il suo destino”).

Tuttavia la maggior parte dei biologi neodarwinisti assegna al caso un peso preponderante nel determinare l’emergere sulla Terra della vita, e della vita umana in particolare, così come la conosciamo.

Eppure molte moderne sette new age (e, in generale, le grandi religioni dell’umanità) hanno la tendenza a vedere nell’evoluzione, e in ciò che accade, un disegno teleologico in cui il caso non ha parte: anche i “mutamenti casuali” della genetica tenderebbero a realizzare un fine preciso e preordinato. Ritroviamo una impostazione finalistica nella filosofia aristotelica e scolastica, con l’idea di “causa finale” dei fenomeni, in Gassendi e in alcuni filosofi moderni, dal primo Hegel a Henri Bergson, al teologo Teilhard De Chardin, a molti altri.

Nella lotteria della vita, lo spazio immenso che si frappone tra “tutto avviene per caso” e “nulla avviene per caso” può essere colmato sia dalla scienza che dall’anima, o forse dalla loro cooperazione. Per ognuno di noi, dal vivere intensamente ciò che ci circonda e coglierne l’aspetto simbolico, ma con una avvertenza:

Vedere riflessi nel mondo i segni di ciò che accade dentro di noi significa essere in sintonia con lo Spirito del Tempo. Cercare nella nostra anima i segni di ciò che ci accade intorno, significa ascoltarla. Vedere TROPPI segni, dentro o fuori di noi, significa soffrire di nevrosi ossessiva.

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