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Le fiabe possono Guarirci ? di Alessandro Orlandi – seconda parte

Le fiabe possono Guarirci ? di Alessandro Orlandi – seconda parte

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Segue alla prima parte

Sgombriamo infine il campo da un possibile equivoco: non esiste nulla come la “spiegazione definitiva” di una fiaba, di una immagine, di un sogno o di un mito o una “interpretazione definitiva” di un’allegoria! Immagini, fiabe, sogni, allegorie e miti ci continueranno a parlare per tutta la vita in modo diverso nelle differenti fasi della nostra evoluzione. Come le facce di un diamante, rifletteranno ogni volta la luce sotto una diversa angolazione. Ciò che conta, infatti, non è la “spiegazione intrinseca” di una fiaba, ma le energie che essa ha il potere di liberare quando la rendiamo attiva.
Durante le iniziazioni ai Misteri dell’antichità lo stesso mito (ad esempio Amore e Psiche) poteva essere raccontato molte volte all’iniziato in differenti fasi dell’iniziazione e, ogni volta, svelava un aspetto diverso della conoscenza.
Dal punto di vista che abbiamo adottato, le domande fondamentali sono queste:

Perché immagini, miti, fiabe e sogni hanno il potere di guarire?
Come si lavora su una fiaba, su un’immagine o su un mito per renderli “attivi”?
Un semplice racconto, appreso passivamente, non ha necessariamente il potere di attivare alcunché in chi ascolta.

Si può però intervenire “attivamente” su una fiaba, un’immagine, un simbolo o un mito e “costellare” gli elementi che li costituiscono con i propri contenuti interiori. Nel caso di una fiaba, ad esempio, si tratta di mettere in evidenza i personaggi che vi intervengono, nel bene e nel male, le azioni che essi compiono, le relazioni che intercorrono tra di loro, gli animali, le piante, gli oggetti funzionali allo svolgimento della vicenda e di “riconoscere” in ciascuno di questi elementi un aspetto della propria interiorità. Si tratta di cogliere, per ciascuno di questi elementi, un aspetto simbolico e universale che va oltre il significato contingente della fiaba o nel mito di cui ci stiamo occupando e che fa parte dell’immaginario collettivo.

Questa fase potremmo chiamarla “amplificazione” di quel dato elemento. In altri termini far ricorso al “pensiero simbolico” significa far entrare in risonanza un racconto o una immagine con i propri contenuti interiori e acquisire una visione più ampia, simbolica, del materiale su cui si sta lavorando, alla luce delle associazioni e delle metafore depositate nell’arco di millenni nella coscienza collettiva.

L’altro strumento fondamentale per lavorare su immagini, miti e fiabe è quello della “immaginazione attiva”. Dopo aver “amplificato” un personaggio o una azione o un altro elemento simbolico, si tratta di dagli “voce” di dialogare con lui e ascoltare ciò che ha da dirci. Questo, in altri termini, è ciò che fanno gli artisti quando creano. E’ un potente strumento, sia di conoscenza che di guarigione.

Pensiero simbolico e immaginazione attiva costituiscono quello che è stato chiamato “il pensiero del cuore”.

I nostri scrittori, artisti, poeti, utopisti e scienziati nei secoli passati hanno immaginato il loro futuro e trasmesso forza e vitalità alle immagini scaturite dalla loro interiorità. Con questo fuoco hanno disegnato la realtà. D’altra parte ognuno di noi ha un’immagine del suo compito nel mondo e delle persone amate e quelle immagini tracciano il profilo della sua vita.
Le immagini prodotte dal cuore quindi segnano il destino sia di una collettività che degli individui che ne fanno parte. Certo, può trattarsi di immagini oscure e malate oppure di illusioni. Allora l’umanità dovrà affrontare le sue ombre oppure realizzare di aver perso le sue guide o di non saperle più riconoscere, come a me sembra stia accadendo nel presente.

Le immagini del cuore sono il mezzo attraverso il quale il cuore illumina la notte dell’accadere, dando agli eventi peso specifico, senso e direzione, luce e calore, cosi come il sole illumina il mondo.
Inoltre, le immagini del cuore non hanno una natura unicamente personale e individuale, ma sono il tramite mediante il quale attingiamo al pozzo dell’anima, il nostro canale con il mondo sottile, con gli antenati e con il nostro invisibile futuro.

Esistono pozzi a cui tutti possono dissetarsi, che elargiscono acqua di vita a chiunque voglia attingerla. Le immagini che i grandi uomini lasciano dietro di loro sono a disposizione di chi sappia coglierne la bellezza e la forza creativa.
E’ forse per questo motivo che gli antichi greci, i romani, gli egiziani, gli ebrei del vecchio e del nuovo testamento e i mistici sufi consideravano il cuore come la sede della visione e dell’intelligenza.

In una sua conferenza sul pensiero del cuore, pubblicata da Adelphi con il titolo di “L’ Anima Mundi e il pensiero del cuore”, lo psicoanalista James Hillman ha denunciato l’accecamento collettivo dal quale è affitto il mondo moderno.

Il cuore, cosi come lo concepiamo oggi, è “la sede dei sentimenti”. Questo genera confusione tra le immagini che il cuore produce in quanto organo della “visione profonda” e le nostre passioni personali come rabbia , paura, brama, dolore, godimento estetico, infatuazione, autocommiserazione, tristezza e melanconia, collera ecc, che da quelle immagini sono suscitate. Queste passioni personali vengono innalzate a massima vita del cuore, mentre per il mondo antico avevano una natura pesante e corporea, lontana dalla capacità del cuore di cogliere gli aspetti più sottili della realtà. Questa concezione del “cuore sentimentale” è la causa certa di molte delle sciagure che affliggono il mondo, è l’origine dell’inconsapevolezza di sé, della mancanza di “visione”, della cecità dell’uomo moderno, dell’inflazione dell’Io, dell’incapacità di creare e riconoscere la bellezza e direi, soprattutto, della volgarità che contraddistingue la nostra epoca.

Riconoscere l’esistenza ed il potere attivo delle immagini del cuore non è la fine, ma l’inizio di un percorso.

L’esortazione: “Va’ dove ti porta il cuore” è una esortazione analfabeta. Il cuore è sede delle immagini attive, ma anche delle illusioni. Parlando dei sogni abbiamo detto che secondo Omero essi scaturiscono da due porte. Dalla prima, di corno, provengono i sogni profetici e sapienziali, inviati dagli dèi. Dall’altra, di avorio, i sogni menzogneri ed ingannevoli, legati ai moti contingenti dell’anima e alla quotidianità. Il percorso che ognuno di noi è chiamato a compiere deve condurci non solo a distinguere tra il sentimento e l’immagine che lo desta, tra il desiderio e il suo oggetto, tra soggetto e oggetto, ma, soprattutto, tra l’immaginazione attiva del cuore, che contribuisce a creare il mondo che ci circonda e a dare senso alle nostre vite, e le vane illusioni del cuore, che conducono l’uomo verso la sofferenza e la dispersione.

Assumere la responsabilità delle immagini generate dal proprio cuore significa quindi avere il coraggio di affrontare la fatica del lavoro necessario per discriminare le immagini vere, vive e vitali dalle illusioni, per scorgere in trasparenza i desideri sovrapposti alla realtà, le proiezioni agganciate ai loro oggetti e discriminare le immagini del cuore dai sentimenti che esse destano in noi. Ma se neghiamo persino l’esistenza delle immagini del cuore e la loro funzione questo lavoro non potrà mai nemmeno cominciare.

Alessandro Orlandi

 

 

 

 

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