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LE FIABE POSSONO GUARIRCI? di Alessandro Orlandi -Prima parte

LE FIABE POSSONO GUARIRCI? di Alessandro Orlandi -Prima parte

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Il 20 dicembre del 1812 i fratelli Grimm pubblicavano in Germania “Kinder und Hausmarchen”, un’antologia di fiabe per bambini e famiglie pazientemente raccolte in anni di ricerche tra le memorie dei vecchi di innumerevoli villaggi tedeschi, che erano soliti raccontarle accanto al focolare nelle lunghe notti invernali. Nella raccolta erano comprese fiabe come “Cenerentola”, “La bella addormentata nel bosco”, “Cappuccetto Rosso”, “Hansel e Gretel” o “Il Gatto con gli stivali”. Va detto che la maggior parte di queste storie appartengono al patrimonio del folklore europeo, tanto che alcune di esse sono già contenute ne “Lo cunto delli cunti” di Giambattista Basile, pubblicato quasi due secoli prima dell’opera dei Grimm.

Sono convinto che alcune fiabe, raccontate al momento giusto e alle persone giuste, abbiano il potere di guarire chi le ascolta (e, a volte, anche chi le racconta). Cercherò di spiegare perché.

Esistono moltissimi studi dedicati alle fiabe e al loro ruolo nella formazione sia sociale che individuale delle persone. Si pensi ad esempio al “Mondo Incantato” di Bruno Bettelheim, che analizza il modo in cui il mondo magico delle fiabe serve al bambino per comprendere e affrontare la realtà che lo circonda, per dare una forma alle sue ansie esistenziali, per dialogare con il proprio inconscio e rapportarsi alla propria sessualità e alle figure negative o minacciose che avverte intorno a sé.

Dal punto di vista collettivo gli studi di Propp affermano che le fiabe di magia affondano le loro origini storiche nei riti di iniziazione e di passaggio tribali e presentano, al di là dell’area culturale di appartenenza, una stessa struttura, costituita da personaggi che svolgono le stesse funzioni in rapporto allo svolgimento della storia.

Levi-Strauss oppone a Propp una teoria leggermente diversa: si dovrebbe secondo lui analizzare piuttosto l’insieme di coppie di opposti che si agitano dietro ogni storia, tenendo conto che una funzione può trasformarsi in un’altra, secondo lui l’errore del formalismo di Propp è anche nel credere che ci si possa occupare solo della “grammatica” delle fiabe e rinviare l’analisi del lessico mentre, egli sostiene, “…nel metalinguaggio di fiaba e mito tutto è sintassi”.

Dal punto di vista del potere di guarigione delle fiabe, secondo la corrente psicoanalitica junghiana, due sono i punti fondamentali:
– L’elemento della favola che rappresenta la malattia, l’Ombra, il Problema da risolvere, il maleficio
– Il metodo di guarigione e gli attori della fiaba che ne divengono i veicoli.

Non esiste naturalmente una ricetta universale né una unica lettura di come agiscano le fiabe. Quel che è certo è che le fiabe non sono mai il prodotto dell’immaginazione di un solo individuo ma costituiscono un materiale in cui si sono depositati secoli di elaborazione collettiva, e possono diventare un mezzo, secondo gli studiosi junghiani, di risalire agli “archetipi dell’inconscio collettivo” perché col tempo finiscono col perdere ogni carattere locale e individuale e ogni rapporto con la storia iniziale che ispirò la fiaba e contengono, proprio per ciò, un elemento di universalità, incarnano ombre, mali e rimedi scaturiti da una intera collettività nel corso di molte generazioni.

Secondo la Von Franz l’eroe della fiaba è una emanazione del Sé che diviene uno stimolo per modellare l’Io, sia per strutturarlo che per destrutturarlo e trasformarlo.

Dal punto di vista della psicoanalisi junghiana la condizione di salute potrebbe definirsi come uno stato di armonia tra il complesso dell’Io e il Sé. Lo stato di malattia consiste, invece, in una situazione disarmonica in cui, spinti dall’ambiente, da un impulso incoercibile o da cause ereditarie ci si è alienati dai propri istinti, adottando comportamenti “non adeguati” sia alla realtà interiore che a quella esteriore. (Si pensi a un individuo sensibile e timido che si forza a una vita avventurosa e pubblica o, viceversa a chi, nato per l’avventura e l’estroversione, si piega a una vita prevedibile e interamente programmata, chiusa agli stimoli esterni, magari per venire incontro alle richieste di terzi).

Quando un complesso particolare viene attivato, esso può avere effetti su ogni aspetto di una persona alterando l’equilibrio generale delle parti. Questo è quello che una fiaba percepirebbe come “maleficio”.

Il fatto che fiabe, allegorie e miti possano guarire chi ne ascolta il contenuto dipende dalla profonda “risonanza” tra il maleficio di cui si narra nella fiaba o nel mito e il disturbo dell’essere umano che ascolta. Per questo motivo, anche il metodo di guarigione o redenzione previsto nella fiaba può “riverberare” il suo contenuto nella vita reale del malato, suggerendogli la via da prendere per guarire.
Per fare alcuni esempi di “malefici”: (tenendo conto che il tipo di maleficio chiarisce quali sono le caratteristiche negative verso le quali l’Io è regredito e quindi, rendendole “visibili”, permette di affrontarle)
– essere presi da un sonno simile alla morte, destinato a durare finché “l’alleato magico” non ci risvegli
– essere trasformati in animali (asino, cigno, lupo, corvo, volpe etc…)
– subire una grave privazione o perdita (della persona amata, di tutti i propri beni etc.)
– cadere in schiavitù al servizio di un mago, di un orco o di una strega (con la variante dell’essere divorati)
– essere sottoposti a prove difficilissime, pena la morte se si fallisce

E di metodi di “redenzione”:
– Bagno purificatore nell’acqua o nel fuoco
– superare alcune prove apparentemente “impossibili”
– sottoporsi a un lungo periodo di privazione sensoriale (senza parlare, senza mangiare, etc.)
– In alcune fiabe la distruzione della pelle dell’animale o l’uccisione dell’animale in cui il protagonista è stato trasformato è causa di redenzione, in altre è causa di disgrazia (può la coscienza integrare quel contenuto?)

Quale nostro atto consapevole corrisponde a una particolare vicenda di una favola o di una allegoria? Se si è riusciti a diagnosticare il proprio disturbo attraverso la metafora della fiaba o dell’allegoria, se la stessa fiaba ci suggerisce quale personaggio o azione sia portatore/ portatrice di redenzione e guarigione, si tratta di “dare la parola” a quell’aspetto della fiaba o a quel personaggio e dialogare con lui/lei, ascoltando con attenzione quello che “l’alleato magico” ha da dire. Non si deve tuttavia agire finché non sia giunto il momento, finché la coscienza non sia pronta ad integrare i contenuti finora respinti come Ombra: questo spiega come mai spesso la luce nelle fiabe possa avere un ruolo negativo (si pensi ad Amore e Psiche). Per fare questo delicato lavoro occorre guardare alle fiabe e alle allegorie come si guarda ai sogni: ogni elemento della fiaba può essere un elemento della nostra psiche.

Alessandro Orlandi


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