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Il numero e il velo di Maya in tempi di pandemia

Il numero e il velo di Maya in tempi di pandemia

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Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che non vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

(José Saramago, Cecità)

 

Il 29 marzo dell’anno 2020 sono 97689 i casi totali, le persone attualmente positive sono 73.880, 10779 deceduti e 13.030 guariti.[1]
Età media: 78 anni
Sesso: uomini 70.4%, donne 29,6%
Patologie pregresse al momento del ricovero: Pazienti con 0 patologie pre-esistenti 2,1%,
Pazienti con 1 patologia pre-esistente 21,3 %; Pazienti con 2 patologie pre-esistenti 25,9 %; Pazienti con 3 o più patologie pre-esistenti 50,7 %

Numeri ci vengono somministrati dai mass media e dalle autorità competenti. Sono i numeri del contagio che si diffonde in questi giorni, sui quali tutti noi acuiamo lo sguardo angosciato cercando di calcolare, prevedere, ipotizzare il punto di caduta dell’intensità dell’epidemia con la celata, da pudore e timore, speranza di scorgere una flessione, anche minima, sulla quale appuntare le nostre aspettative e poter respirare in queste giornate di mal-aria. Sono giornate di paura e di dolore nelle quali si respira sottovoce, le mascherine anti batteriche nascondono la possibilità di un sorriso e gli sguardi, nell’incrociarsi, si rivolgono al suolo. Questo svolgersi delle cose illumina il nostro sentire ed è con questo sguardo che ci rivolgiamo ai numeri in cerca di speranza.

Ma cosa sono i numeri, focalizziamoci sull’idea di numero. Poniamo la nostra attenzione su cosa sia un numero. Tra i concetti sottostanti al numero ci sono principalmente due processi: un semantico ed uno di conteggio. Questi processi sono alla base della costruzione dell’idea che ciascuno possiede del numero.

La rappresentazione semantica si rivolge alla comprensione della quantità, al senso del numero, del numero che incontriamo nella vita reale. Il numero significa una quantità che rimanda alle cose enumerate come ad esempio: ho due mele, ho due occhi ecc. Diversamente il conteggio rimanda alle competenze di calcolo, a quelle abilità che abbiamo appreso a scuola nell’aritmetica (e non solo) che considera il numero come entità in sé svicolata dalle cose che enumera, ne studia l’essenza, le proprietà astratte ed i comportamenti  formali.

I primi studiosi di matematica del modo occidentale (in realtà il primo matematico di cui si conosce il nome è un egizio del 1600 a.c.), i filosofi pitagorici, non avevano una percezione del numero come entità astratta, ma si riferivano al numero come entità fisico-geometrica, e la matematica si sviluppava ed identificava con la geometria, con il riferimento diretto alla capacità del calcolo come strumento di misurazione di linee e superfici. La parola geometria contiene nella propria etimologia il riferimento alla terra: γῆ – ge «terra» e -μετρία – metria «misurazione». Ma già in questo approccio, che trae origine dalla concreta esigenza di misurazione, si innesta da subito nel pensiero pitagorico una tendenza a trascendere il senso della concretezza fisica per innescare una riflessione di tipo filosofico che fonda sul concetto di numero l’origine del cosmo e del suo ordine interno, ed è questa l’eredità che ci è stata trasferita e che è alla base della scienza classica. Il numero diviene presto una identità astratta con una esistenza autonoma che apre le porte alla metafisica di un Logos principio ordinatore del cosmo.

In una cosa però il pensiero greco difettava: non conosceva il concetto del numero zero. Se riflettiamo, in una prospettiva semantica lo 0 è un riferimento a qualcosa che non è: ho 0 mele in mano, quindi non ho nulla. Non posso parlare del nulla poiché il nulla non è, e si può parlare solo di ciò che è. Al pensiero greco, e successivamente a quello latino, questa cifra rimaneva incomprensibile e solamente nel 1202 nel Liber Abaci Leonardo Fibonacci dice, facendo riferimento ai numeri arabi:

Novem figure indorum he sunt 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Cum his itaque novem figuris, et cum hoc signo 0, quod arabice zephirum appellatur, scribitur quilibet numerus, ut inferius demonstratur.[2]

Questa carenza influenzò profondamente la capacità computazionale del mondo occidentale che utilizzava un sistema additivo e non posizionale come invece facevano gli indiani, i babilonesi e gli arabi. Solo con questa acquisizione e con l’attuazione della elaborazione numerico-quantitativa la matematica poté divenire il linguaggio della scienza che conosciamo storicamente, dando vita alla scienza moderna.

Se sulla scorta di questa riflessione rivolgiamo nuovamente lo sguardo alla drammaticità di questi giorni ci accorgiamo che il sistema di calcolo e di presentazione degli eventi, che stiamo utilizzando ed al quale facciamo riferimento, opera un nascondimento della pienezza della realtà, l’approccio misurante rende l’impatto meno lacerante, in qualche modo asettico. Un decesso non è mai un +1 da inserire nella colonna di riferimento in una tabella statistica, un decesso è uno 0. Una vita fatta di sogni, speranze, progetti si è nullificata, annullata, portando con sé, e questa volta in addizione, la sofferenza degli agonizzanti, le profonde ferite affettive in tutto il sistema di relazioni nel quale il “1” contagiato è divenuto uno “0” esistente, il suo essere è venuto meno. Questo dolore profondo avvolge a coloro i quali erano in relazione con il soggetto azzerato, per il resto degli “spettatori” è un numero asettico da osservare e soppesare ,con la speranza di vedere una variazione tendenzialmente negativa nella curva dei contagi. Il numero è un velo pudico che nasconde le pienezza delle cose che computa, la misurazione distanzia le cose da noi, le trasferisce dalla dimensione emozionale a quella razionale spogliandole dal sentimento.

E’ questo il velo di Maya che ci impedisce di percepire sofferenza, il dolore dell’altro, dei troppi altri che sono come noi. Come Il velo di Maya, introdotto da Arthur Schopenhauer nel pensiero europeo mutuandolo dalle filosofie orientali, il numero occulta la realtà profonda e, in quanto oggetto della conoscenza, la rende concepibile solamente come insieme di rappresentazioni o apparenze, rimandate dai numeri. Sotto il “velo” dei fenomeni sta la “volontà”, una forza primigenia e irrazionale da cui dipendono tutte le manifestazioni. Se sul piano fenomenico la realtà, nella sua molteplicità è scandita dal principio di causalità, su un piano profondo e nascosto essa è espressione della volontà di vivere, della verità istintuale di specie. Il velo di Maya ha quindi la funzione di nascondimento che la conoscenza scientifica positivista ha per secoli prodotto ammantandosi di onnipossenza ed illudendoci, ingenuamente, che dalla efficienza tecnica sarebbe scaturita l’immortalità perduta. E’ questa la prima ferita, il primo lutto, che in questi giorni di pandemia ci ha resi sgomenti, l’aver perduto la fede nella onnipotenza della tecnica che ingenuamente ritenevamo renderci immuni dalla morte occultandone la percezione. Questa è la visione ingenua che non appartiene alla complessità della conoscenza scientifica che è sempre consapevole della propria debolezza, provvisorietà e dello sforzo infinito nel suo penetrare nella complessità del cosmo: la pandemia ci ha risvegliato bruscamente da questa favola bella.

C’è una frase attribuita ad Einstein che recita «Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato» e, la possibilità di misurare, di affrontare una situazione trasvalutandola in forma numerica ne favorisce il nascondimento esistenziale, ci impedisce di considerare un soggetto l’oggetto deceduto che pur è un Altro, a noi co-essenziale, fatto della nostra materia fisica e spirituale. E’ questa empatia che dobbiamo far risuonare nel nostro spirito in queste plumbee giornate, anche se induce sofferenza, è questa empatia che dobbiamo attualizzare in questi giorni di reclusione nelle nostre dimore, trasfigurandola in abbraccio verso chi ci è vicino (fisicamente ma anche virtualmente, per mezzo dei mezzi di comunicazione).

E’ quando ci si sente inferiori, inefficienti che si riesce ad entrare in contatto con l’umanità, ci ricorda Carl Gustav Jung nel corso dei suoi seminari sullo Zarathustra di Nietzsche. “Là dove invece siete inferiori, inefficienti, siete in contatto con l’umanità. Il vero contatto vitale si realizza sempre attraverso il versante inferiore, l’«umano troppo umano», come insegna Nietzsche.” Perdere la fede nelle affabulazioni scientiste produce il ridestarsi della nostra umanità.

Ora è il tempo di valorizzare la nostra umanità, al chiuso delle nostre case, ora è un “tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci”è il tempo di una rinnovata vicinanza, è il tempo della prossimità.

S.U.S.

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[1] Fonte salute.gov.it

[2] «Nove sono le figure indiane che sono 1 2 3 4 5 6 7 8 9. Con queste nove figure , e con questo segno 0, che gli arabi chiamano zefiro, si può scrivere qualsiasi numero, come di seguito sarà dimostrato». In S. Beccassini e M.P. Nannicini, Una grande avventura intellettuale, Modena, Digital Index

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